23 novembre 2017

J.K. Rowling
Buona vita a tutti

Titolo originale Very Good Lives: The Fringe Benefits of Failure and the Importance of Imagination

Trama
Salani | pag. 80 | € 10,00
Quando J.K. Rowling è stata invitata a tenere il discorso per la cerimonia di laurea di Harvard, ha deciso di parlare di due temi che le stanno molto a cuore: i benefici del fallimento e l’importanza dell’immaginazione. Avere il coraggio di fallire, ha detto, è fondamentale per una buona vita, proprio come ogni altro traguardo considerato di successo. Immaginare se stessi al posto degli altri, soprattutto dei meno fortunati, è una capacità unica dell’essere umano e va coltivata a ogni costo.Raccontando la propria esperienza e ponendo domande provocatorie, J.K. Rowling spiega cosa significa per lei vivere una ‘buona vita’. Un piccolo libro pieno di saggezza, umanità e senso dell’umorismo, ricco di ispirazione per chiunque si trovi a un punto di svolta della sua esistenza. Per imparare a osare e ad aprirsi alle opportunità della vita.



Commento
Questa settimana al lavoro è inaspettatamente arrivato Buona vita a tutti e ci ho messo qualche minuto a capire che non era un mio prenotato (perché figuriamoci!) ma che era invece arrivato in ben venti copie per la vendita. Per me questo è stato un momento importante perché vedere la Rowling nel mio negozio fuori dall'ambito di Harry Potter è un miracolo vero e proprio.
Certo, probabilmente per compensare questo unico arrivo gradito sarò costretta a maneggiare gialli di nicchia per i prossimi sei mesi, ma mi basta poterlo mettere in bella vista sul tavolo per sentirmi una vera libraia.
La mia gioia, però, ha avuto brevissima durata. Perché al di là del contenuto non mi aspettavo una tale povertà di contenuti.
Dal punto di vista estetico è un prodotto godurioso: l'edizione è bellissima e ben curata, con una bella copertina accattivante nella sua semplicità, una rilegatura seria e illustrazioni di vario genere, persino con un prezzo abbordabile, ma al di là dell'essenziale e della confezione ben fatta sembra quasi che in casa editrice si siano sforzati il minimo sindacale.
Siccome non è colpa di Salani, perché l'edizione originale è uguale, la mia è una critica a monte per il prodotto così com'è stato pensato. Perché se è vero che magari quelle dieci euro vanno in beneficenza, è anche vero che oltre al discorso vero e proprio, alle illustrazioni - che certe volte sembrano messe per allungare le pagine - e alla classica breve biografia finale sull'autore, non c'è altro.
Su 80 pagine, solo 43 facciate sono di discorso e nemmeno tutte sono a pagina intera. Alcune parti sono solo metà facciata, altre addirittura di meno, al punto che detto cattivo probabilmente ne occuperebbe meno di 30. Ma mi sta bene, è un discorso non un saggio vero e proprio, ed è naturale che sia nato per essere breve, ma l'editore, sapendo questo e avendo allungato le pagine con le illustrazioni e l'impaginazione, avrebbe potuto inserire almeno un'introduzione iniziale, qualcosa che aprisse e preparasse il lettore al discorso vero e proprio.
La sensazione che manchi qualcosa è forte, e nemmeno il discorso vero e proprio riesce a cancellare questa impressione. Naturalmente, se non si considera questo aspetto, il contenuto è meraviglioso.
Senza cadere nel cliché del discorso imponente e complesso, pieno zeppo di parole ricercate e concetti contorti, la Rowling lascia il segno attraverso l'ironia e l'umiltà, ridimensionando dolcemente le aspirazioni massime della società moderna: successo e talento a tutti i costi, la vergogna nel fallimento e il primeggiare come stile di vita.
Attraverso due esempi di vissuto, la Rowling cerca di far passare due concetti estrapolati dalla vita vera, quella che regala ben poche soddisfazioni e nella quale raramente il successo entra nella tua vita.
Il primo esempio, al contrario di quello che si potrebbe pensare, non è sul suo periodo di povertà che viene solo brevemente accennato; l'autrice parla del concetto di fallimento come uno strumento da sfruttare per imparare a conoscere i propri limiti e per trovare la forza in se stessi, invece di contare sugli altri. Fallire non è una bella cosa, ma può essere utile perché - secondo la Row - ti costringe a concentrarti sul qui e ora, tralasciando ciò che non serve e ciò che non è necessario.
Per me, che appartengo alla fascia di lavoratori a reddito basso, il concetto di fallimento è quasi un amico intimo, e ormai le sue incursioni improvvise nella mia quotidianità non sono più motivo di scoraggiamento. Come dice la Row, fallire non è la fine di tutto, è solo uno stop temporaneo che si può superare, e non è nemmeno necessario puntare al massimo per ottenere il massimo: la felicità non può dipendere dal conto in banca (anche se aiuta) o dal ruolo lavorativo. Le piccole cose, se ben fatte e ben riuscite, sono il successo più importante.
Il secondo esempio è quello dell'immaginazione intesa come capacità di immedesimarsi nelle vite degli altri, immaginare appunto com'è la loro vita, e provare a capire cosa provano e cosa pensano. L'empatia è chiaramente un concetto importante per la Row che non concepisce l'idea del non sentire almeno un minimo di trasporto emotivo nei confronti delle persone, al di là del fatto che stiano soffrendo oppure no. Come a dire che tutto il successo del mondo non serve a niente se non sai apprezzare la vita vera e se perdi contatto con le persone, a meno che non si voglia diventare un robot senza cuore macina denaro.
Io stimo questa donna, ha una mente brillante e stimolante ma riesce ad essere immediata, di facile comprensione, umana, e trasmette con una facilità sconcertante messaggi che hanno un peso notevole proprio perché riguardano l'essere umano medio. Non tutti sanno entrarti nel cervello come lei, e non tutti sanno farti sentire in pace con te stesso dicendoti che essere fallimentari, essere normali non equivale necessariamente ad essere invisibili o mediocri.
Insomma, dobbiamo essere tutti più rilassati, se si raggiunge la cima tanto meglio ma se si cade rovinosamente con tanto di contusioni, tagli e ossa rotte l'importante è non perdere di vista ciò che ci rende speciali, ciò che ci rende felici e ciò che siamo in grado di fare e sopportare.

20 novembre 2017

Marissa Meyer
Cinder

Serie Cronache Lunari 1
Titolo originale Cinder

Trama
Mondadori
pag. 394 | € 17,00
Una cyborg non può piangere, non può sperare né sognare: può innamorarsi? In un futuro lontano la Terra è divisa in sei grandi regni. Cinder è una ragazza metà umana e metà cyborg. Non ha ricordi della sua infanzia mentre il suo futuro sembra scritto: il lavoro da meccanico al mercato, una matrigna e delle sorellastre da sopportare, qualsiasi sogno da soffocare. Eppure quando per caso incontra il principe Kaito, erede al trono del regno, qualcosa in lei si accende. Ma può una cyborg sognare una vita normale? Intanto il mondo è invaso da un’epidemia e l’unica ad avere l’antidoto è la splendida ma malefica Regina di Luna: con il suo sguardo magico e letale riesce a controllare le menti. Ma il prezzo da pagare per la salvezza del mondo è troppo alto.





Commento
Ho una quantità imbarazzante di libri da leggere, alcuni che mi sogno pure di notte tanto sono eccitata al pensiero, eppure ho ripreso il brutto vizio - o bello, a seconda di come lo si considera - di prendere in prestito in biblioteca intere serie (complete) per fare una lettura scorpacciata non stop.
Nonostante abbia un taccuino pieno zeppo di serie che sto seguendo e di serie che ancora devo iniziare, e nonostante ne abbia spuntato una bella porzione, ancora oggi scopro di essermi persa delle serie che - secondo l'opinione comune - sono bellissime.
Ad esempio, le Cronache Lunari. Chissà in quale universo parallelo ho vissuto quando è uscito Cinder perché io nemmeno me lo ricordo. Ho una vaga immagine che mi frulla in testa della cover americana (nel bookstagram è uno dei romanzi ricorrenti) ma mai una volta che mi sia venuta la curiosità di recuperare la trama o cercarlo in italiano.
Poi si sa come funziona, basta che qualche conoscente ne parli ed ecco che la mia antenna entra in funzione e mi segno sul fidato taccuino tutti i titoli disponibili in italiano.
Dal block notes alla ricerca sul portale della biblioteca il passo è stato - ovviamente - brevissimo. Sono riuscita ad ordinare i primi tre titoli della serie mentre per il quarto dovrò o aspettare, o farmelo prestare in cartaceo, o comprarmelo e amen.
Ma prima di arrivare al punto di attingere al mio fondo segreto per le spese libresche, cominciamo a leggere i primi tre, mi sono detta. Del resto, se il primo mi lascia agonizzante è impossibile che continui la lettura, com'è naturale che sia.
Ed ecco qui il commento a Cinder.
E' cosa universalmente riconosciuta che io sia un totale fallimento nell'affibbiare ai romanzi le categorie che li smistano tra i vari generi. Secondo Goodreads Cinder è un distopico fantasy science fiction. Non sono sicura sul distopico, perché come sempre è una categoria che viene appiccicata anche quando non c'è niente di distopico ma vabé. Su una cosa sono d'accordo con Goodreads, è senza dubbio uno YA puro.
Normalmente non sono una big fan dei fantasy YA per il semplice fatto che tendono a spiegare e a risolvere i temi centrali un po' all'acqua di rose, con quel tono semplicistico che mi urta i nervi. YA, ovviamente, non vuol dire pensare e parlare e agire come dei bambini e quando questo succede nei romanzi apriti cielo che voglia di rispolverare il battipanni di Madreh.
Cinder è al limite, per me. E' uno YA che rischia di sfiorare gentilmente i miei nervi, che si avvicina pericolosamente a urtarli e poi, per fortuna, non lo fa mai. Questo vuol dire che lo stile, il contenuto, il modo, e persino - a volte - intere scene sono semplici, lineari, un po' banali e prevedibili anche se mai fastidiose o noiose.
Ecco il motivo del voto neutro. Mi è piaciuto, l'ho letto come una scheggia, ma non mi ha fatta impazzire; non mi lasciava con il patema d'animo quando dovevo sospendere la lettura e, a livello di angst e coinvolgimento emotivo, mi ha lasciata vagamente anestetizzata.
Tutto l'elemento del giovane amore, della ragazzina robotica e del principe, è stato carino ma nulla di più proprio perché è scivolato via e non ha scavato un buco nel mio curiocino nero di granito. Poi, per carità, ci sta anche che sia un romanticismo leggero e poco intenso, però se mi togli da una parte mi devi necessariamente dare da un'altra.
Quindi ecco che, accantonate le speranze per la love story, è l'elemento fantascientifico a darmi la botta di vita. La protagonista cyborg è una variante più che gradita della solita eroina sfigata ed emarginata ma bellissima, perché Cinder ha un bel circuito elettronico, piede e mano di metallo, bulloni, viti, ferraglia varia e non c'è proprio modo che possa passare per umana. Tutti gli elementi legati alla sua natura sono curiosi ed interessanti e trattati in modo abbastanza approfondito, così come la sua realtà - tra movimenti, reazioni, percezione del mondo - non tralascia le difficoltà oggettive che incontra quando, ad esempio, il piede cyborg è troppo piccolo per la sua taglia.
Ho notato che questo aspetto del romanzo, quindi anche l'ambientazione, i dettagli della vita quotidiana, macchine, case eccetera sono decisamente ben pensati e inseriti nella narrazione in modo intelligente: non sono vagamente accennati, né tanto meno sfacciatamente onnipresenti, sono uno sfondo nitido e coerente ad una storia che ha un bisogno evidente di una base solida e chiara.
Quanto alla trama mi ricollego alla precedente osservazione, ovvero che essendo uno YA non è che ci sia grande stratificazione o complessità narrativa. Il fatto che sia un retelling di Cenerentola e che, quindi, la storia sia a grandissime linee già nota, non aiuta a smuovere l'interesse, tanto più che fin da subito si capisce dove l'autrice andrà a parare tra principesse perdute e regni lunari e identità nascoste. Non è uno di quei momenti di stupore assoluto, c'è la conferma della teoria e poi - ovviamente - il romanzo si chiude lasciando il lettore un po' in sospeso.
Per quanto riguarda gli altri personaggi oltre a Cinder, c'è il giovane imperatore Kaito - interesse amoroso e, in teoria, personaggio chiave nello sviluppo della serie - che è carino e puccioso e tutto quello che volete ma non mi ha colpita più di tanto. Spero che più avanti, man mano che le cose si evolvono, esca un po' dalla bolla imperiale per diventare più grintoso e attivo. Nutro fiducia nella Meyer. Anche la cattiva di turno, la Regina psicopatica della Luna, è abbastanza cattiva però, ecco, forse è uno di quei personaggi che diventa più cattiva ad ogni romanzo e nel primo la sua stronzaggine è a livello embrionale. Non so, anche lei non ha lasciato il segno, però come per Kaito aspetto ancora un po' prima di esprimere un giudizio.
In ogni caso, la mia seconda preferita tra i personaggi dopo Cinder c'è Iko, la robottina di famiglia con il chip difettoso e una personalità spumeggiante che riesce a divertire e a fare da spalla in modo perfetto.
Al momento non conosco le trame dei seguiti, quindi non so se la storia di Cinder e di Kaito proseguirà subito o meno, certo è che ormai ho lì i prossimi due romanzi e tanto vale leggerli.
Un po' delusa lo sono, però, perché con tutti i commenti iper mega super entusiasti che ho letto mi aspettavo chissà cosa, invece in generale per me è un bene ma non benissimo. Rimango di mente aperta e fiduciosa nei prossimi.

16 novembre 2017

Katie McGarry
Di nuovo con te

Serie Thunder Road 3
Titolo originale Long Way Home

Trama
Harper Collins
pag. 379 | € 14,90

Violet sa esattamente qual è il suo posto nel motoclub del Reign of Terror: come tutte le donne, deve starsene in disparte e lasciare che siano gli uomini a risolvere qualsiasi tipo di problema. Quando suo padre viene ucciso, però, si rende conto che se vuole proteggere se stessa e il fratellino deve prendere le redini della propria vita e tagliare i ponti con tutti, compreso Chevy, il ragazzo con cui è cresciuta e di cui è innamorata. Ma nel momento in cui un clan rivale la ricatta, minacciando di rivelare vecchi segreti che potrebbero danneggiare le persone che le sono più care, tutte le sue certezze si sgretolano. Violet è costretta così a mettere in discussione quello che era convinta di sapere sul conto del padre, del Terror, di Chevy e soprattutto ciò che lei ha sempre sognato. Il che comporta dare un nuovo significato a parole come famiglia, lealtà, amore, amicizia, perdono...E trovare dentro di sé la forza per diventare la persona che salverà tutti loro.



Commento
Oh, the drama!
Il melodramma di questa serie ha raggiunto dei livelli allarmanti, che neanche nella miglior soap opera! O forse sì, dai, gli stessi intrighi e le stesse dinamiche familiari malate rispondono benissimo al genere.
Prima di scaricare la mia dose di veleno, premetto che io adoro la McGarry e che a questa serie ho dato sempre voti piuttosto alti nonostante la pressione mi salisse alle stelle, ma sono fermamente convinta che c'è qualcosa che non funziona, e quel qualcosa è il Club.
Dopo aver letto i tre romanzi di questa serie posso confermare la mia prima impressione: la McGarry sa scrivere di meglio e ha scritto di meglio, e se non fosse stato per l'odio viscerale, per la violenza che certe cose della trama mi hanno fatto salire, allora avrei anche dato voti molto più alti.
In tutti e tre i romanzi le coppie sono fantastiche, le storie sono avvincenti anche se a tratti over the top, i finali sono ben fatti e lo stile è sempre il suo meraviglioso stile, quello che li rovina - tutti e tre nessuno escluso - sono quei maledetti personaggi secondari del Club e il Club stesso. Lo avesse lasciato un po' in secondo piano, avesse evitato del tutto certi dialoghi che ho odiato, ODIATO con tutte le mie forze, avesse ficcato a martellate in testa un po' di logica e di buon senso ai vari Eli e Cyrus, allora forse - e dico forse - non li avrei disprezzati così tanto.
Ma così come sono state messe giù le cose questo aspetto della serie mi è indigesto, è una di quelle cose che mi fanno odiare la lettura, mi fanno salire l'omicidio e mi fanno perdere l'entusiasmo. Perché se non avessi passato metà del tempo a voler prendere a calci in culo Eli e il Club, avrei adorato questa serie, l'avrei amata alla follia.
Invece son qui con l'amaro in bocca a dare alla McGarry un voto che, per la sua media, è bassino e lo faccio senza ripensamenti, anzi lo avrei pure abbassato per il nervoso.
Quindi, detto questo, dichiarato al mondo il mio odio assoluto per le boiate senza senso del Club e la mia voglia di seviziarli tutti, posso dire che finalmente ho incontrato due personaggi che hanno sale in zucca e che pensano con la loro testa.
Violet è la paladina del buon senso, dell'indipendenza, del tenere testa a quel branco di idioti, è la mia eroina preferita di tutta la serie. Finalmente qualcuno che non le manda a dire ma che, anzi, li ci manda proprio senza peli sulla lingua, qualcuno che ha capito che il mondo vero e quello fittizio del Club non sono la stessa cosa e che punta verso il farsi una vita vera, sana, regolare, soddisfacente.
Violet non rinnega in modo assoluto i suoi rapporti con il Club, rinnega in toto il loro modus operandi: la misoginia, la mania di controllo insensata, la mancanza di rispetto verso i suoi desideri e le sue necessità, senza contare che odia pure il modo in cui i membri del Club cerchino di affossare l'individualità sua e dei suoi amici, stroncando sul nascere qualsiasi futuro possano avere al di fuori del club stesso.
Chevy, per esempio, da quando ha cominciato ad avere un pizzico di libertà ha portato avanti due vite: quella di figlio del Club, e quella di studente e giocatore di football, un ruolo che gli sta molto bene e che non gli fa mancare niente. Ha i suoi amici, sua madre lo adora, ha un futuro roseo di fronte a lui, ma il Club lo tiene inchiodato, gli cuce addosso il ruolo del figlio di un membro morto, lo asfissia con il ricatto emotivo o sei con noi o sei contro di noi e di fatto lo obbliga a vivere a metà.
Quello che mi è piaciuto di Chevy - al contrario di Oz che non ha mai visto niente al di là del Club, e di Rasoio che sceglie consapevolmente di stare nel Club - è che lui non sceglie il Club, sceglie gli affetti. Chevy non sa se il Club sarà il suo futuro, vuole avere la possibilità di scegliere, di diventare grande e di capire chi è e cosa vuole, e si rende conto che il Club lo sta tenendo bloccato. Riconosce i limiti delle persone che dicono di volere il meglio per lui, vede i loro errori ma fa finta di niente per non ferirli, finché Violet non gli apre gli occhi e allora dice: se mi vuoi bene mi rispetti, Club o non Club.
Questo è quello che volevo leggere: Violet e Chevy hanno un'identità e una volontà che rompono le catene del Club e non hanno problemi a pensare con la loro testa, ad agire e a tenere duro sulle loro convinzioni. Leggere di come Violet zittisca Eli a suon di logica è stata una delle cose più goduriose del libro.
Quindi, il Club bocciato, il melodramma legato al Club è troppo ed è bocciato, ma la coppia Chevy e Violet e tutta la loro storia sono promossi. Prima di tutto perché insieme sono tenerelli, sono uniti e romantici senza colate di melassa, e poi perché il lato razionale è bilanciato alla perfezione da quello irrazionale, così che i momenti di angst ci sono, sono soddisfacenti, ma sono anche subito ridimensionati dalla logica. Adoro.
Chicca che mi ha acceso gli occhi di cuoricini: Isaiah e Rachel. I miei preferiti fanno una comparsa e si intrecciano a Chevy e Violet. Doppio adoro.
Non ho idea se ci saranno altri romanzi in questa serie, onestamente non ne sento la necessità, però se la McGarry proprio non ne potrà fare a meno e li scriverà allora, che vi devo dire, li leggerò. Le voglio troppo bene, Club di idioti e tutto quanto.

13 novembre 2017

Brittany C.Cherry
Un posto accanto a te

Serie Elements 3
Titolo originale The Silent Waters

Trama
Newton Compton
ebook | € 5,99

Momenti. Le nostre vite sono un insieme di momenti. Alcuni terribilmente dolorosi e pieni di rimpianto. Alcuni splendidi e carichi di promesse per il futuro. Ho vissuto molti momenti nel corso della mia vita: momenti che mi hanno cambiata, momenti che mi hanno messa alla prova. Momenti che mi hanno spaventata e momenti che mi hanno trascinata giù verso il fondo. Comunque, tutti i momenti più importanti – quelli che mi hanno spezzato il cuore o fatto trattenere il respiro – includono tutti lui. Avevo dieci anni quando ho perso la voce. Un pezzo di me mi è stato portato via, e l’unica persona al mondo in grado di “sentire” il mio silenzio era Brooks Griffin. Lui è stato la luce durante i miei giorni più oscuri, la promessa di un domani, fino a che non ha avuto luogo la sua tragedia personale. Una tragedia che l’ha trascinato in un abisso. Questa è la storia di un ragazzo e una ragazza che si sono amati a vicenda senza amare sé stessi. Una storia di vita e di morte. Di amore e di promesse infrante. Di momenti.


Commento
Cosa posso dire? Sono un po' a corto di idee, se devo essere onesta.
Non so cosa avessi trovato di così interessante in Un posto accanto a te da farmi desiderare di leggerlo, la Cherry non è nemmeno nella lista delle autrici che seguo attivamente. Ho letto solo un suo romanzo e, sebbene mi fosse piaciuto, non mi ha fatto gridare di felicità.
Forse è colpa del bonazzo barbuto in copertina? Forse della trama che mi ha incuriosita più della media dei romance usciti ultimamente? Non so, sta di fatto che l'ho scelto tra i tanti e l'ho usato come cuscinetto tra un fantasy e l'altro e come lettura easy durante la settimana di malattia.
Però, anche se l'ho letto come pausa mentre avevo la febbre, non mi sento di prendermi tutta la colpa del voto moscio perché quello che non mi è piaciuto del romanzo può essere spiegato in maniera razionale.
In linea di massima, però, questo è un NA/romance drammatico piuttosto carino e ben scritto, con una trama interessante e temi importanti trattati in modo abbastanza approfondito. Per me, la lettura si divide in due parti: la prima, quella più introduttiva e drammatica, è la mia preferita. La seconda, dove in teoria la storia d'amore si sviluppa e i percorsi dei protagonisti di evolvono, mi è rimasta indigesta.
La storia inizia quando Maggie e suo padre si trasferiscono dalla nuova compagna del padre, una donna che ha già due figlia. Maggie è una bambina energica e chiaccherona che lega subito con la sorellina più piccola e con il fratellino e con Brooks, il suo amichetto. Proprio all'inizio del romanzo quando Maggie è ancora piccola, capita il fattaccio. Il trauma - devo dire introdotto e descritto in modo convincente - lascia Maggie completamente senza voce: non c'è niente che i genitori possono fare, lo spavento e la paura le hanno creato un blocco che nessuno riesce a togliere e che la rendono a tutti gli effetti una persona problematica. Maggie, infatti, oltre a non parlare non riesce nemmeno ad uscire di casa.
Così passano gli anni, con Maggie che cresce come una reclusa con solo i libri come amici, e con la sua famiglia che fa fatica ad abituarsi a questa situazione. Solo Brooks sembra essersi adeguato alla nuova Maggie, accettando la sua condizione come una realtà - quasi - normale. Il loro legame ovviamente cambia man mano che i due crescono, quindi la prima parte è dedicata alla loro infanzia e alla loro adolescenza, con tutti i problemi che ne derivano, ed è anche la parte che regala più coinvolgimento al lettore. Maggie è un personaggio che può non piacere, perché è un po' la principessa eterea e bellissima con il cuore d'oro che tutti maltrattano, però non è nemmeno odiosa perché l'autrice ha saputo bilanciare i suoi innumerevoli difetti con una contestualizzazione convincente.
La seconda parte è dedicata alla loro età adulta, sia da quando ormai sono maggiorenni, sia quando raggiungono quasi trent'anni, e lascia intendere moltissime fasi della loro vita. Brooks ha preso il volo con la carriera di musicista e ormai vive lontanissimo, si è - quasi - rifatto una vita e tutti sono contenti, mentre Maggie è ancora reclusa nella sua camera senza aver fatto nessun progresso. Secondo me questa parte è un po' debole perché in poche pagine vengono condensati eventi ingombranti: abbiamo il dramma legato a Brooks - che pare un po' ficcato a forza nella trama, come toppa per dare al personaggio una storyline indipendente che non lo relegasse a semplice interesse amoroso - e anche il cambiamento in Maggie che a mio parere è parso improvviso e poco sviluppato. Cioè, va bene che gli eventi arrivano improvvisi e sono pesanti, e mi sta bene che tutto cambi radicalmente, ma è il dopo che non mi ha convinta. Si passa da una vita - una vita - di reclusione e paura a zero assoluto a parte la mezza ricaduta finale e per me non è molto convincente.
Il finale, sempre per rimanere sullo stesso spirito, è prevedibile perché era evidente che il cattivo della situazione avrebbe dovuto pagare prima della fine, mentre il lieto fine è di un stucchevole e diabetico da far star male. Per me, che odio il cliché della famigliola felice con figli, cane e gatto e pure la mega carriera, questa seconda parte ha completamente rovinato la lettura.
L'inizio mi era piaciuto e se fosse rimasto così avrei dato al romanzo un voto anche alto, ma stando così le cose ho dovuto compensare la melassa che colava dalle pagine con una dose di acidità. Quindi sì, Un posto accanto a te è un romanzo carino ed emozionante, ma non è abbastanza ben strutturato per i miei gusti, c'è troppo amoreh stucchevole, troppa gentilezza e pucciosità, e poi Brooks non è per niente incisivo.
Eppure si parla benissimo di questa autrice, come una specie di santona del NA/romance. Io non sono molto d'acccordo ma solo perché i miei gusti sono leggermente diversi, non perché lei sia incapace o il romanzo orrendo. Semplicemente non siamo andate granché d'accordo.

9 novembre 2017

Livia Blackburne
Rosemarked

Serie Rosemarked 1

Trama
Disney - Hyperion
pag. 390 | € 16
A healer who cannot be healed...When Zivah falls prey to the deadly rose plague, she knows it’s only a matter of time before she fully succumbs. Now she’s destined to live her last days in isolation, cut off from her people and unable to practice her art—until a threat to her village creates a need that only she can fill. A soldier shattered by war...Broken by torture at the hands of the Amparan Empire, Dineas thirsts for revenge against his captors. Now escaped and reunited with his tribe, he’ll do anything to free them from Amparan rule - even if it means undertaking a plan that risks not only his life but his very self. Thrust together on a high-stakes mission to spy on the capital, the two couldn’t be more different: Zivah, deeply committed to her vow of healing, and Dineas, yearning for vengeance. But as they grow closer, they must find common ground to protect those they love. And amidst the constant fear of discovery, the two grapple with a mutual attraction that could break both of their carefully guarded hearts.


Commento
Non so quale colpo di fortuna mi abbia colto ultimamente, sta di fatto che se sottometto una richiesta su NetGalley questa mi viene approvata. NetGalley è una figata perché puoi vedere anteprime di mesi, se non di un anno intero, leggere la trama e farti un'idea del contenuto. Tutto è diviso in categorie, quindi è impossibile scegliere un romance e trovarsi un giallo, per intenderci, infatti di solito vado sul sicuro spulciando tra le mie preferite.
Quando ho aggiunto Rosemarked  non ho prestato attenzione al titolo, ho letto la sinossi e visto la categoria e ho cliccato su richiedi. Mica mi aspettavo di poterlo leggere, non mi aspettavo che mi avrebbero sbloccato l'ebook. Figuriamoci, chi mi fila? Eppure mi è arrivata la mail e - anche se un po' sospettosa - ho scaricato l'ARC sul Kindle. 
Invece eccomi qui, contenta non solo perché ultimamente posso rilassarmi e leggere quello che mi pare, ma perché pescando a caso ho scovato un fantasy YA che nonostante tutto mi è piaciuto. Immaginatevi se, dopo aver ricevuto l'ARC (e, quindi, avere obbligo di recensione) il romanzo non mi fosse piaciuto. Mi sarei dovuta fare violenza per finirlo e pure per buttarci giù due righe, visto che non avrei potuto fare finta di niente. Sono stata fortunata, è vero, quindi non sto a rimuginarci troppo sopra visto che nel frattempo mi hanno accettato altre due richieste (e mi sale l'ansia).
Rosemarked è un fantasy YA ambientato in un modo fittizio dove una strana malattia chiamata Roseplague colpisce la popolazione a macchia di leopardo e stermina interi villaggi in pochi giorni. Questa malattia è comune a tutte le zone del territorio, dal regno di Amparan con il suo imperatore e le sue armate, alla piccola Dara e ai territori montuosi degli Shidadi. Tutti possono essere contagiati, moltissimi muoiono e in pochi sopravvivono. Chi non muore si divide in due tipi: i rosemarked, le persone che hanno sconfitto il primo attacco della malattia ma rimangono infetti con la certezza di un secondo e mortale attacco e riportano su tutto il corpo macchie rosso vivo, e gli umbertouched, che hanno totalmente sconfitto la malattia dalla quale sono diventati immuni e che riportano macchie uguali a quelle dei rosemarked ma in color marrone.
In questo contesto si inserisce anche l'espansione del regno di Amparan messo in atto attraverso un'invasione militare dei territori e attraverso l'insediamento di interi battaglioni di soldati che hanno lo scopo di sottomettere e controllare la popolazione. Il regno di Amparan non è per niente amato, gli abitanti delle campagne sono costretti a fornire cibo e alloggio ai soldati e a non ribellarsi per non venire uccisi o accusati di tradimento.
A Dara, un piccolo villaggio di gente umile, i soldati si sono fermati e hanno diffuso il morbo. Nel giro di poche ore i soldati guidati dal comandante Axra cadono ammalati uno dietro l'altro costringendo la popolazione a curarli. I guaritori di Dara sono esperti di veleni, di erbe e di pozioni naturali che curano la maggior parte delle malattie più semplici ma che sono chiaramente inefficaci di fronte ad una malattia come la Roseplague.
Tra di essi spicca una ragazza di diciassette anni, Zivah, la più giovane guaritrice di Dara capace di superare le difficili prove per ottenere il titolo e di elaborare pozioni difficili e complesse. Zivah, come gli altri guaritori, non ci pensa due volte e si immerge nelle pesanti giornate dedicate ai malati. Poche sono gli accorgimenti per evitare il contagio, ma la malattia può essere imprevedibile, così Zivah suo malgrado viene contagiata e si risveglia rosemarked. La sua vita come guaritrice è finita ancor prima di iniziare. Costretta a vivere isolata dal villaggio in un cottage, Zivah si concentra sull'allevare animali velenosi come la sua Diadem, un serpente, o come scorpioni e ragni. Eppure non si arrende e sperimenta diversi intrugli con la speranza di trovare una soluzione alla sua miserevole vita. Man mano che passano i giorni cresce in lei il risentimento verso la sua dea, che l'ha scelta per essere la più giovane e promettente tra i guaritori per poi abbandonarla a morte certa, e verso il regno di Amparan che ha causato l'epidemia.
Zivah non è l'unica ad aver sofferto per la malattia o per mano del regno. Dineas è uno Shidadi, un guerriero delle montagne, un ribelle, un ragazzo che negli occhi ha più dei suoi anni e che farebbe di tutto per vendicare la sua gente e sconfiggere il nemico. Lui, però, a differenza di Zivah ha sconfitto la malattia quando tutti lo davano per morto, torturato e consumato dalla prigionia a Sampar, nel cuore del regno. Ma Dineas resiste, guarisce e ritorna tra la sua gente per combattere.
Le strade dei due ragazzi si incroceranno quando entrambi si troveranno in mezzo ad una lotta per il potere, un piano disperato per sconfiggere Amparan. Con l'abilità di Dineas come guerriero e quella di Zivah come guaritrice l'obiettivo è quello di colpire il regno dal suo interno: Zivah dovrà fornire una pozione per far dimenticare a Dineas la sua identità e farlo arruolare come soldato, per poi dargli a intervalli regolari una pozione per fargli tornare la memoria e per poter comunicare con gli Shidadi i piani da sabotare.
Per due ragazzi, che devono fare i conti con i loro demoni, questo piano è quasi un suicidio. Dineas è ben felice di poter far fuori il nemico, ma non ha tenuto conto che perdere la memoria lo trasforma completamente in un'altra persona: il nuovo Dineas è orgoglioso di essere un soldato, venera il suo comandante ed è estremamente gentile con Zivah. Il vero Dineas è pieno d'odio e tiene Zivah a debita distanza, a volte anche con parole che la feriscono. Zivah, invece, deve affrontare tutto senza potersi prendere una pausa: il suo ruolo di guaritrice nella cittadella dei malati la tiene occupata, il piano la tiene sulle spine e Dineas - quello nuovo - le ingarbuglia i pensieri.
I capitoli alternati tra i due personaggi rendono tutto molto chiaro, coinvolgente, e lo stile dell'autrice non permette di nascondere nulla. I sentimenti e le paure di entrambi vengono sviscerati tanto che solo a metà lettura ho imparato ad apprezzare la lentezza della narrazione e la sua esplicita tendenza al non perdersi in grandi scene epiche d'azione.
I rapporti umani sono alla base della storia e l'autrice non si trattiene nel rendere il più credibili possibili le reazioni, le paure e i sentimenti dei protagonisti. Ammetto che all'inizio ho fatto fatica a procedere con la lettura, Zivah mi piaceva ma non riuscivo a capire dove l'autrice volesse arrivare ma soprattutto quando, perché per una porzione importante del romanzo la storia è statica e si trascina un pochino. Poi, appena Zivah e Dineas arrivano nella capitale le cose si smuovono non solo a livello di trama ma soprattutto nello sviluppo del rapporto tra i personaggi. Ho apprezzato che l'autrice non abbia preso di petto l'elemento romantico, ma che ci abbia girato attorno senza mai buttarsi in scene esplicite o troppo stucchevoli: si sospira parecchio, per carità, ma non lo si fa perché ci viene detto tutto e i personaggi si lasciano andare a scene di appassionato amore, qui sono le piccolissime cose a scatenare sentimenti ed emozioni e sempre descritti in modo maturo e pacato. 
Dineas - il cattivo - mi è piaciuto più della sua versione buona perché ha un passato importante e il suo modo di essere non è frutto di pura stronzaggine, è diventato così perché ha dovuto sopportare di tutto; Zivah è un personaggio estremamente razionale, sebbene si lasci andare spesso a paure e tristezza, e rimane un punto fermo in tutto il romanzo. Non ha grilli per la testa, non dimentica mai che è malata, che ha dei limiti, ma non per questo si lascia andare o si blocca. Entrambi i personaggi lottano, ce la mettono tutta, ma non la sfangano con colpi di fortuna, anzi si beccano una sonora sconfitta sul finale.
Il vero punto debole del romanzo, secondo me, è proprio il finale. C'era tutto il tempo per costruirne uno più strutturato che avrebbe rispecchiato lo stile del romanzo, invece la Blackburne sembra arrivare al traguardo di corsa, come se si fosse accorta di non avere più spazio e fosse stata costretta a comprimere tutto. In un certo senso si capisce presto che Rosemarked è il primo romanzo di una serie, sarebbe stato veramente strano il contrario considerato lo sbattimento che si è presa per il world building, però il fatto che diventi tutto chiaro solo con il finale - brutalmente aperto, btw - rovina un pochino la qualità della storia. Mi ero abituata a dover leggere e leggere e leggere prima di arrivare al punto di svolta, invece con il finale è una corsa verso il tutto tutto insieme e, onestamente, proprio la scena della fuga era una di quelle attendevo di più e che mi ha causato maggior ansia.
La cosa positiva dell'aver letto questo romanzo è che ho scoperto un'autrice che non conoscevo e una storia appassionante e ben scritta, l'aspetto negativo è che non so quanto dovrò aspettare prima di poter mettere le mani sul seguito, ed è un pensiero che non mi sorride per nulla.